In copertina: Michelangelo Merisi da Caravaggio, (1571- 1610), Deposizione, 1602-1604, Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano


Mt 28,1-10 ~ È risorto e vi precede in Galilea.

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».


Il commento: di Andrea Viozzi, esperto di arte

La scena è costruita su una potente linea diagonale discendente che parte dalle braccia alzate di Maria di Cleofa, gesto di disperazione e al contempo di ringraziamento, e termina nel corpo inerte di Cristo. Questa struttura guida l’occhio dello spettatore direttamente verso il fulcro del dramma, in cui l’oscurità assoluta dello sfondo annulla qualsiasi distrazione spaziale, proiettando i personaggi in avanti come se fossero su un palcoscenico.

La luce colpisce i volti e le carni con una violenza che definisce i volumi in modo quasi tattile. Caravaggio non idealizza il dolore ma lo rende carne: le rughe di Nicodemo, le mani nodose che sostengono le gambe di Gesù e i piedi sporchi sono dettagli che radicano l’evento divino nella realtà umana più cruda. Il viso composto della Vergine, le sue labbra socchiuse come a pronunciare, in silenzio, per l’ultima volta il nome dell’amato Figlio e il movimento delle braccia quasi a volerlo accarezzare come se lo avesse appena lasciato scivolare giù dal grembo in una estrema Pietà, rimanda alla celebre opera dell’altro Michelangelo, Buonarroti, realizzata nel 1497 per il cardinale francese Jean de Bilhères e oggi conservata nella navata destra della Basilica di San Pietro a Roma.

La lastra tombale su cui poggiano i personaggi è posta in scorcio, con uno spigolo che sembra sfondare il piano pittorico per entrare nello spazio dello spettatore. Essa simboleggia Cristo stesso come “Pietra Angolare” (Salmo 118) su cui è edificata la Chiesa. Lo spigolo rivolto allo spettatore invita il fedele a sentirsi partecipe della fondazione di questa fede. La pesantezza del corpo di Gesù, sostenuto con fatica da Giovanni e Nicodemo, sottolinea la sua natura umana e il sacrificio fisico realmente avvenuto. Teologicamente, è un richiamo all’Eucaristia: il corpo di Cristo che viene “offerto” sull’altare.

Sebbene la scena sia dominata dalla morte, il braccio cadente di Gesù, il cui dito tocca la pietra, prefigura la Resurrezione: la vita che, pur nel sepolcro, rimane a contatto con la terra che sta per essere salvata. Il dipinto non è solo la cronaca di un funerale divino, ma un’epifania della materia che si fa spirito attraverso il tormento, in cui Caravaggio riesce a rendere l’ineffabile attraverso il tangibile, trasformando il fango e il sangue in una preghiera di luce.

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